La firma sul trattato COP26

Molti appassionati ed associazioni in questi giorni lamentano la mancata firma dell’Italia e di molte Case automobilistiche sull’accordo discusso al COP26 che prevede la messa al bando del motore termico entro il 20xx.

Sono fioccate le critiche, le accuse ai ministri Giorgetti e Cingolani di essere succubi (o al soldo delle multinazionali del petrolio). Chi mi conosce sa che, quando è stato il caso, non ho risparmiato critiche al ministro della Transizione Ecologica e quanto sia lontano dal pensiero leghista, in questo come in tutti campi.

Tuttavia mi pare che in questo caso si stia sprecando il fiato perché non si comprendono le realtà industriali che costituiscono il settore automobilistico.

L’Automotive è costruito su gigantesche economie di scala: costruire un’auto a mano ha costi spropositati se si vogliono raggiungere livelli di qualità e sicurezza come quelli che oggi diamo per scontati anche sulle citycar più economiche; sono le economie di scala che hanno portato dispositivi come ABS, navigatori o trazione integrale a diffondersi su tutti i segmenti. Le economie di scala però non si fanno solo con la domanda: bisogna che le linee di produzione siano in grado di produrre gli enormi quantitativi che il mercato richiede. Ci vogliono robot, macchinari enormi e costosissimi, maestranze in grado di usare tutto questo, un processo che richiede capitali immensi e tempi lunghi.

Il caso che vi voglio proporre è quello della Norvegia, di gran lunga il Paese più avanzato nell’elettrificazione dei mezzi di trasporto.

Dal sito EAFO (European Observatory for Alternative Fuels) ho ricavato questo grafico:

La Norvegia ha messo in campo corposi incentivi economici a favore della mobilità elettrica, grazie soprattutto al fatto che non ha sul suo territorio produttori di automobili nazionali: infatti l’incentivazione per le elettriche consiste essenzialmente nella NON APPLICAZIONE delle numerose tasse e gravami che penalizzano le auto termiche (sul peso, sulle emissioni, IVA ecc.): se Fiat o Volkswagen fossero state norvegesi, possiamo immaginare che avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo per evitare tasse, sovrattasse e gabelle varie, ma così non è.

Dunque i cittadini norvegesi hanno colto il gentile invito del loro Governo e si sono orientati in massa verso le EV, scoprendo che tante delle fisime presentate come problemi insormontabili in realtà non lo sono affatto, al punto che, a guardare il grafico di sinistra, si capisce perché molti analisti prevedano che l’ultima auto con motore a scoppio sarà venduta in Norvegia già l’anno prossimo, in anticipo di diversi anni rispetto al piano governativo.

Ovviamente il parco circolante ci metterà molto più tempo: nonostante non siano sparagnini come gli italiani che tengono un’auto per 15 o 20 anni, il circolante anche in Norvegia non è elettrico per più del 25% (grafico di destra).

La prima lezione è che quando i consumatori capiscono l’antifona del cambiamento, si precipitano sul prodotto nuovo abbandonando quello vecchio per non rimanere col cerino in mano quando cercheranno di rivendere il loro acquisto di oggi. Il mercato, in altre parole, anticipa i cambiamenti non tanto legislativi quanto di realtà industriale. Chi comprerebbe oggi un PC con Windows 95?

La seconda lezione però non si capisce da quei grafici è questa: in Norvegia tra gennaio e ottobre sono stati venduti circa 120.000 veicoli elettrificati (BEV+PHEV): in Italia, nello stesso periodo, ne sono stati venduti 112.468.

In altre parole, quello norvegese è un mercato minuscolo, dove vivono la metà degli abitanti della sola Lombardia: con le stessa quantità di auto che mandano in Italia, gli OEM hanno saturato l’appetito per le elettriche dei norvegesi.

La mia conclusione è che ciò che firmano o non firmano i Governi è del tutto irrilevante, ma che appena le economie di scala industriali saranno entrate in azione su scala planetaria, la transizione sarà molto più rapida di quello che potrebbe sembrare oggi.


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