V2G

Non c’è conferenza sulla Mobilità Sostenibile nel quale manchi chi descrive le magnifiche e progressive sorti del V2G(*), panacea di tutti i mali delle reti elettriche.

Pur essendo conscio del fatto che il bilanciamento del carico delle reti elettriche è un elemento importantissimo di pianificazione a medio-lungo termine, l’attenzione che viene attribuita a questa componente è a mio parere eccessiva e frutto di un bias cognitivo.

In questo momento, infatti, Terna ci dice che il fabbisogno elettrico in Italia è in calo ormai da una decina d’anni: la crescita economica asfittica, la popolazione stagnante, le misure di efficientamento di case ed elettrodomestici infatti hanno provocato la sua discesa dal picco di circa 340 TWh del 2008 ai 320 del 2017.

In questo momento dunque, i sistemi di compensazione della rete elettrica italiana (principalmente pompaggi idroelettrici) sono addirittura leggermente sovradimensionati rispetto al fabbisogno.Andamento consumi elettrici Italia (tendenziale)

La natura delle fonti rinnovabili in uso nel nostro Paese non ci espone (come invece avviene in Germania ed in altri paesi nordici) al rischio di una sovraproduzione dovuta alle fonti “non spegnibili” siano esse rinnovabili (come vento o sole) o non rinnovabili (come il nucleare) ma se il trend dovesse continuare è chiaro che i bacini idro a monte non hanno capacità infinita e presto o tardi il gestore della rete si troverebbe nella condizione di dover spegnere impianti di generazione, operazione che, anche laddove è possibile (come ad es. in una centrale a turbogas) non è né veloce né priva di costi.

I circa 117 GW di potenza esistente nel nostro Paese sono oggetto sì di una progressiva sostituzione per ragioni di obsolescenza e di miglioramento nella prestazione ambientale, ma le oscillazioni nella domanda sono gestite modulando l’import/export ed i pompaggi.

In questo contesto di grandi numeri esistono poi oscillazioni locali di piccola entità che però possono portare a problemi di ordine locale non certo gestibili con gli strumenti di carattere globale visti prima; è dunque giusto immaginare per i veicoli elettrici un ruolo nella gestione di carichi ed oscillazioni di breve periodo e piccola entità.

I numeri, però, sono chiari: i protocolli V2G allo studio richiedono implementazioni ed elettronica che difficilmente potrà trovar posto nei caricatori domestici; dobbiamo limitare l’analisi dunque agli ipotetici 126.000 caricatori fast che saranno necessari a regime.

Se per questi ipotizziamo un tasso di utilizzo simile a quello delle pompe di benzina (che non arriva al 20% del tempo) scendiamo a circa 25.000 punti a cui in ogni istante sarà collegata una batteria di 50 kWh, per una capacità totale di 1,25 GWh a regime, ovvero lo 0,1% del fabbisogno nazionale quotidiano.

Pur non avendo idea dell’entità delle oscillazioni in gioco lo 0,1% sembra un valore rispettabile e significativo. Lo otterremo però solo a regime, cioè – forse – tra 30 o 40 anni, ammesso che si rispettino gli obiettivi imposti dalla UE.

Preoccuparsene oggi significa a nostro parere mettere il carro davanti ai buoi, distogliendo l’attenzione dal tema centrale che resta come mettere in moto la transizione.

Il bias cognitivo cui facevamo cenno all’inizio è insomma frutto di chi vede la mobilità elettrica come estensione della rete ponendo il baricentro su quest’ultima invece che sul bisogno di mobilità del consumatore.

 


(*) V2G = Vehicle-to-Grid, ovvero la possibilità di trasferire energia dal veicolo alla rete in caso di necessità


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