Imparare dalla Storia: i metalli rari

Chi scrive era studente di Ingegneria negli anni ’70, nel pieno del cosiddetto “shock petrolifero”. Non solo i Paesi Arabi decisero di riprendersi il controllo del tesoro che avevano sotto i piedi, ma si cominciò a paventare che il petrolio stesse finendo.

Ricordo benissimo studi – che allora parevano impeccabili dal punto di vista scientifico – che sostenevano che il petrolio sarebbe di fatto andato esaurito entro fine secolo.

Erano tutti tonti? No, ma valutavano il problema sulla base dei costi e delle tecniche estrattive che esistevano allora; ricordo benissimo che la mia ambizione di studente era di lavorare nella prospezione petrolifera per aziende come la Schlumberger, che inviavano un piccolo team di scienziati in zone remote del mondo per valutare l’entità dei giacimenti.

Ovviamente con il crescere dei prezzi, la scienza ha applicato le proprie risorse al problema, abbiamo scoperto le sabbie bituminose in Canada e Venezuela, gli scisti in America e da ultimo il fracking e – come per magia – di riserve di petrolio ne abbiamo oggi più di quanto ne avessimo negli anni ’70 e se ora stiamo prendendo in considerazione di diminuirne l’uso non è perché ce ne sia poco, ma perché sporca troppo.

La scarsità del metalli come il Litio ed il Cobalto, fondamentali nella produzione delle attuali batterie, è uno dei babau più spesso citati da chi vuol fare terrorismo sulla Mobilità Elettrica.

Ebbene, oggi il Sole 24 Ore riporta che il prezzo di questi due metalli sta precipitando per l’eccessiva offerta. Come mai?

La ragione è la medesima che portò a superare la crisi petrolifera: il prezzo sale e chi ha le concessioni minerarie si precipita a sfruttarle il più possibile, anche e soprattutto nel timore che salti fuori una qualche nuova tecnologia che ne renda la necessità attuale cosa obsoleta.

Ma come – obietterebbero i detrattori – non sono riusciti a trovare sostituti per le batterie agli ioni di Litio per l’industria dei telefonini, perché dovrebbero riuscirci per le auto?

Ma semplicemente perché l’industria degli smartphone vale globalmente circa $355 miliardi all’anno, è saldamente in mano ad un oligopolio formato da Apple, Samsung e una manciata di produttori cinesi, il software è tutto in mano americana (Apple e Google), la manifattura è tutta cinese (Foxconn ed altri) – in altre parole, le barriere all’ingresso sono pressoché insormontabili.

Cambiare la tecnologia delle batterie non altererebbe in alcun modo questo oligopolio ma, al massimo, sposterebbe gli equilibri del comparto delle batterie. L’incentivo economico su scala mondiale è trascurabile, qualche decina di miliardi.

L’industria Automotive, con le industrie ancillari ad essa connesse, per contro vale quasi venti volte quella degli smartphone(*) e si trova in uno stato di trasformazione catastrofica che sta abbattendo tutte le barriere all’ingresso, terremotando gran parte della sua intera catena del valore.

E i diritti umani?

Ho lasciato da ultime le considerazioni umanitarie proprio perché vorrei metterle in particolare evidenza.

L’ipocrisia di chi per decenni ha fatto finta di non vedere le spaventose violazioni dei diritti umani perpetrate in tutto il mondo in nome del petrolio è nauseante, ma non per questo deve far dimenticare ciò che avviene in Congo (l’attuale leader nella produzione di Cobalto) anche se esattamente lo stesso avveniva per permettere a ciascuno degli attuali critici di utilizzare il proprio telefonino senza il minimo rimorso.

Si può e si deve fare meglio.

Il petrolio raramente ha portato civiltà là dove non c’era, ma una ADX ben governata potrebbe far meglio.


(*) il mercato Automotive italiano vale circa €150 miliardi l’anno e rappresenta il 2,5% del mercato globale


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