Il costo sociale del motore a scoppio

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I giornali si sono riempiti in questi giorni di articoli che commentano una tabella prodotta da ACEA (l’associazione europea dei produttori di automobili) che ricorda a tutti che il settore Automotive rappresenta per i Governi un enorme introito fiscale: 440 miliardi di euro l’anno.

come a dire: “Non scordatevi di chi vi paga lo stipendio!” e il tono degli articoli (non sappiamo se influenzato dal comunicato stampa che avrà accompagnato la tabella) è univoco, riassumibile con una velata minaccia nei confronti dello European Green Deal: troppa fretta nella transizione verso la mobilità elettrica mette a rischio gli equilibri fiscali, una posizione su cui si sono recentemente schierati pezzi da novanta come i CEO di Toyota e Bosch.

Qualche parola di commento però è necessaria (anche se non posso certo sperare che abbia la stessa risonanza):

  1. Alcune delle righe della tabella resterebbero identiche oppure addirittura aumenterebbero: ad esempio l’IVA percepita sulle vendite per ora resta parecchio più alta, visto che nel prezzo di acquisto di una EV rispetto ad una ICE equivalente vi può essere un differenziale anche del 30-40%, mentre le tasse sulla immatricolazione restano invariate.
  2. I proventi fiscali dalla manutenzione in effetti diminuirebbero, semplicemente perché una EV ha bisogno di… molta meno manutenzione. Se questo punto di vista fosse ragionevole, bisognerebbe favorire la diffusione di prodotti che si rompano più spesso solo per non “affamare” i venditori di ricambi; dobbiamo aspettarci di tornare ai televisori a valvole e alle lampadine ad incandescenza?
  3. L’esenzione dalla tassa di proprietà di cui godono le EV è una misura non universale e per di più temporanea che con il loro diffondersi verrà sicuramente meno.
  4. Il grosso della riduzione in definitiva deriva da minori accise e IVA sui carburanti; è questa una cifra che suscita non poche perplessità per almeno due motivi:
    • prendiamo ad esempio l’Italia, a cui vengono attribuiti quasi 38 miliardi di riduzione. I conti fatti analiticamente dimostrano che il totale di accise + IVA percepite dallo Stato sui 39 miliardi di litri di carburanti venduti ogni anno è di circa 25 miliardi dai quali vanno sottratti i circa 3 che percepirebbe se le auto fossero tutte elettriche, e già tra 22 e 38 miliardi c’è una bella differenza.
    • da questa tabella sono assenti ingiustificati i 19 miliardi di sussidi percepita dall’industria Oil & Gas, molti dei quali per logica dovrebbero sostanziosamente ridursi se non sparire qualora si vendesse molta meno benzina.

One more thing…

Ma c’è un’ultima considerazione che naturalmente i comunicatori dell’ACEA non si sognano neppure di menzionare ma che non sarebbe male se qualche giornalista facesse propria, e cioè che

Inquinare costa!

La European Environmental Agency pubblica ogni anno un rapporto sulla qualità dell’aria (qui l’ultima edizione). A pagina 110 viene riportata una tremenda tabella con le morti premature per inquinamento che, per i 28 paesi di cui è ancora composta la UE, ammontano ad oltre mezzo milione.

Naturalmente, i motori a combustione interna non sono l’unica causa dell’inquinamento: a seconda degli studi (e a seconda dell’agente inquinante) la quota di responsabilità oscilla tra il 30% e il 50%; personalmente, se considero l’effetto del lockdown (riportato a pag. 20 dello stesso report) sono orientato verso l’estremo più alto della forchetta, almeno per l’Italia:

Ma prendiamo pure per buono il minimo: i costi spaventosi per i Sistemi Sanitari europei di un terzo di mezzo milione cioè 150.000 morti premature non compaiono in nessuna tabella, ma escono dalle stesse tasche da cui escono quelli che nella tabella invece ci sono: i cittadini europei che, loro sì, sono i datori di lavoro ultimi sia della UE che di tutte le aziende socie dell’ACEA.

Insomma, se è pur vero che la trasformazione all’elettrico causerà un impatto devastante su tutta la filiera Automotive è anche vero che c’è chi lo dice da anni così come dice che ci vorranno almeno altri 20 o 30 anni perché la transizione si completi: anziché dispensare oscure minacce a destra e manca, sarebbe forse più lungimirante che gli interpreti della filiera utilizzassero questo non breve periodo di tempo per diventare protagonisti del cambiamento anziché esserne travolti nel vano tentativo di rallentarlo.


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